“non è il singolo che fa la squadra, ma la squadra che crea il singolo”..Marco Lo Duca ci racconta come, attraverso lo sport, l’individuo possa imparare ad affrontare con successo i piccoli e grandi intoppi della vita, a riconoscere..

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Intervista a Marco Lo Duca, campione della Pallamano Trieste

A cura di Claudia Trampus

In occasione del suo quarantesimo compleanno Marco Lo Duca, Campione della Pallamano Trieste (9 scudetti e 5 Coppe Italia) è stato festeggiato con calore dai suoi tifosi, che lo ricordano affettuosamente come “il piccoletto che non temeva di scontrarsi con armadi grossi il doppio di lui”.

Ora che di anni ne ha 46, di cui venticinque di onorata carriera agonistica, il piccoletto di un metro e ottantadue allena le giovani leve della stessa Pallamano Trieste, società giuliana fondata da suo padre nel 1970 (17 scudetti, 6 Coppe Italia e 1 Handball Trophy).

Marco, dunque sei un “figlio d’arte”? Quanto ha influito sulla definizione degli obiettivi e sulle aspettative di performance la presenza di una figura importante, stimata e molto partecipe nell’ambiente, come quella di tuo padre?

Premetto che per me la pallamano non è stata una passione primaria: ho praticato anche il nuoto e il calcio, ma ho scelto di dedicarmi seriamente alla pallamano solo perché era lo sport in cui ottenevo i risultati migliori.

Mio padre, fondatore della Pallamano Trieste, è stato il mio allenatore quando ero piccolo, in nazionale, serie A e Juniores; essere “figli d’arte” ti espone a pro e contro, grava inevitabilmente sulle aspettative riguardo a quello che sarà il tuo impegno e ai risultati che otterrai, oltre a condizionare la tua propria identità di atleta.

A 18 anni disputai le nazionali under20 a Salerno, e mio padre non venne; in quell’occasione fui il miglior giocatore delle finali. Credo sia stato quello il momento in cui ho preso coscienza del mio talento, ho acquisito la consapevolezza di una mia identità personale, differenziandomi da mio padre e da quello che rappresentava per la pallamano triestina e nazionale.

Nella tua attuale veste di allenatore, cosa pensi del mental training?

Ritengo che l’allenamento mentale possa contribuire positivamente al raggiungimento degli obiettivi e al miglioramento della prestazione; mi fa piacere che anche nel nostro Paese stia prendendo piede il mental training e che gli venga attribuita maggiore attenzione rispetto al passato, anche se purtroppo sono ancora poche le organizzazioni sportive che prevedono percorsi strutturati.

La formazione degli allenatori fornisce un’infarinatura generale sull’argomento; durante gli allenamenti utilizziamo con i ragazzi alcuni esercizi, ma per lo più siamo degli autodidatti in questo campo.

Sarebbe più produttivo poter disporre di percorsi costanti e strutturati parallelamente all’allenamento fisico.

Il mental training avrebbe potuto fare la differenza quando eri un atleta, fermo restando l’altissimo livello raggiunto?

Il mio unico approccio al mental training è stato con lo psicologo dello sport Abdon Pamich quando ero in nazionale, tra il ‘96 e il ‘97, e la ritengo un’esperienza molto positiva.

Come campione olimpico pluri-medagliato, Pamich conosceva bene gli effetti dell’agonismo sulla psicologia degli atleti: analogamente al corpo fisico, anche alla mente lo sport di un certo livello può fare bene o causare danni.

Personalmente sento di aver avuto sempre una forte carica agonistica, che a certi livelli favorisce l’atleta ma non sempre è garanzia di prestazioni eccellenti; ho sperimentato problemi di concentrazione, soprattutto nel pre-gara.

Quando ero molto giovane iniziavo a concentrarmi seriamente solo quando entravo in palazzetto, cioè un’ora e mezza prima della partita; il tempo era poco e percepivo una pressione a volte schiacciante, la mente si affollava di pensieri non sempre positivi.

Ho impiegato anni prima di imparare a diluire e gestire la tensione, considerando che costituzionalmente sono una persona che si attiva rapidamente a livello fisiologico.

Due giorni prima delle partite di play-off e delle finali di scudetto iniziavo a percepire l’ansia anticipatoria, non conoscevo strumenti adeguati per dosare la forte carica agonistica e per mantenere la concentrazione.

Posso ora affermare, a posteriori, che gli anni migliori della mia carriera sono stati quelli finali: laddove un atleta riesce a dare il massimo a 25 anni, nel mio caso la prestazione migliore penso di averla ottenuta intorno ai 34, quando avevo finalmente acquisito il giusto approccio, la corretta mentalità; con l’esperienza e la capacità di imparare da essa, si è probabilmente ridotta l’ansia da prestazione e ho imparato a gestire lo stress e la carica emotiva.

Lo Duca gruppo1

Spesso i campioni mettono in atto delle strategie spontanee di riduzione dello stress, affidandosi a gesti particolari e ancorando la loro sicurezza a rituali specifici.

Ti confesso che sono sempre stato superstizioso: quando giocavo in effetti utilizzavo rituali precisi, come usare sempre le mie calze portafortuna… stanno ancora girando leggende metropolitane di quando andavo a comperare scarpe nuove pur di non usare più quelle con cui avevo perso… ancora oggi mi prendono in giro perché mi legavo più volte i lacci subito prima di entrare in campo! Mi hanno preso per pazzo, mi fa piacere sapere invece che è una strategia comune ed efficace!

Il mental coach viene a volte interpellato per favorire la cooperazione. Rispetto a un’attività prettamente individuale, quali sono stati vantaggi e svantaggi di praticare uno sport di squadra?

Nella pallamano capita che ci siano più giocatori con lo stesso ruolo; quando si è giovani e si vuole emergere, si può accendere una spiccata concorrenza di ruolo tra giocatori della stessa squadra: se non viene incanalata correttamente, questa preziosa energia va sprecata o diventa addirittura controproducente. In certe partite di coppa campioni mi è successo di arrivare sovraccarico; solo quando ho imparato a calibrare lo spirito di competizione sulla mia personalità ho avuto risultati considerevoli.

Lo sport di squadra è a mio avviso un’ottima occasione per imparare a gestire le relazioni interpersonali, rispettare gerarchie e ruoli, non solo nello sport ma anche nella vita. Ai miei figli faccio praticare sport di squadra affinché, stando in gruppo, imparino a costruire relazioni significative, ad acquisire quelle abilità sociali che possano funzionare anche a scuola, sul lavoro e in famiglia.

Da giovane ho avuto la fortuna di avere dei maestri di vita che considero come dei fratelli maggiori; grazie a loro ho gettato le basi della mia personalità adulta, imparando la determinazione ma anche la disciplina, la giusta misura, il rispetto dei valori e dell’avversario. Sono insegnamenti che apprezzi a posteriori, si radicano nella consapevolezza e si trasformano in strumenti preziosi per affrontare qualsiasi sfida della vita.

Oggi alleni nella stessa società che ti ha visto campione; un atleta che allena può notare cosa è cambiato rispetto al passato.

Attualmente il discorso è complesso. Ho terminato di giocare nel 2012 a 41 anni, negli spogliatoi sentivo parlare atleti 20 anni più giovani di me, vedevo il loro atteggiamento verso lo spirito di sacrificio, la minor forza di rinunciare a qualcosa pur di raggiungere un risultato importante.

La voglia di impegnarsi e arrivare a certi livelli sembra essersi affievolita, nei ragazzi e nei giovani, quindi la motivazione risulta indebolita.

Si tende a spiegare questo fenomeno dicendo che in passato si avevano più occasioni di stare all’aperto, frequentare spazi e impiegare tempi maggiori rispetto a oggi.

Personalmente ritengo che queste siano solo giustificazioni, credo piuttosto che sia cambiata la mentalità, siano mutati i fattori stimolanti nelle nuove generazioni, si siano moltiplicate le alternative, purtroppo spesso non sane, al movimento e al gioco reale e non virtuale.

Lo Duca gruppo 2

E’ così pervasiva e preoccupante la mancanza di attività fisica in individui giovani che si stanno ancora formando?

Senza dubbio. Oltre ai pessimi effetti sulla salute e sul benessere mentale, in una prospettiva prettamente sportiva posso affermare che l’impegno per allenare efficacemente è triplicato: dobbiamo spesso partire dalle basi, dal movimento in sé, come correre e saltare.

Notiamo che i ragazzi di oggi si muovono davvero poco e male, tanto che anche il semplice correre all’indietro o fare una capriola a volte rappresenta un problema.

La percezione del proprio schema psico-corporeo è limitata, riscontriamo che persino la coordinazione e l’interazione con strumenti semplici, come una palla, è molto più carente rispetto al passato, quando per divertirsi si stava all’aperto e si correva tutto il giorno.

Esistono esercizi di allenamento mentale che favoriscono la sincronizzazione emisferica e la coordinazione.

E’ un argomento che mai come ora sarebbe molto utile approfondire; come ho già spiegato, allo stato attuale ogni nostro allenatore è un po’ un autodidatta in questo campo, il discorso invece cambia per le società possono avvalersi di un mental coach professionista.

Posso portare l’esempio degli atleti sloveni, dove c’è una differenza abissale nell’approccio: la migliore capacità di coordinazione dei loro under13, rispetto ai nostri under16, è con tutta probabilità attribuibile a un impegno diverso, che oltreconfine prevede 5 allenamenti settimanali di due ore (noi alleniamo gli under16 un’ora e mezza 3 volte la settimana) e verosimilmente a un loro costante e strutturato allenamento mentale. La differenza tecnica e di movimento è notevole!

C’entra qualcosa l’egemonia di altri tipi di sport nel nostro Paese?

In Slovenia la pallamano è lo sport da palestra più seguito, più del basket e della pallavolo, quindi gli atleti hanno a loro disposizione spazi e tempi diversi.

In Europa oggi è il secondo sport da palestra, in Germania è il più seguito come numero di spettatori, con due partite in diretta su canali in chiaro (non dedicati) alla settimana; la pallamano in Danimarca è lo sport che ha più tesserati. Qui siamo atleti di uno sport minore, di nicchia, non è difficile immaginarne il motivo…

Raccontaci di quando ti scontravi con atleti fisicamente imponenti; a livello mentale, cosa ti conferiva quel coraggio, che rasenta l’incoscienza, di metterti in situazioni di pericolo per la tua stessa incolumità?

Con 1 metro e 82 cm io ero effettivamente il più basso. Nelle partite di pallamano il “contatto” può essere pesante, trasformarsi in un vero e proprio scontro; non ho subito grossi infortuni ma mi sono rotto il naso quattro volte.

Non la definirei incoscienza, perché quando vai contro un muro umano sei ben cosciente che potresti farti male, ma in quei momenti prevaleva la voglia e il piacere di poter fare qualcosa per la propria squadra, per il risultato finale di tutti.

Era più importante sentire di poter fare la differenza, non ci pensavi proprio alla tua incolumità! Uno degli aspetti più interessanti, che più mi ha affascinato in questi anni di pallamano, era questa analogia con il rugby: anche se non era previsto, avevamo il nostro terzo tempo al bar.

Riconosco di esser stato un rompiscatole, a tratti tignoso, a volte ho cercato il contatto violento, eppure sono nate molte amicizie sincere, grazie al rispetto che c’era verso l’avversario e alla stima reciproca anche fuori dal campo.

E’ interessante, dal punto di vista del mental coaching, questa capacità di stare su di sé durante il gesto atletico e contemporaneamente pensare al bene comune della squadra.

Anteporre l’interesse del team, metterlo al di sopra e davanti a ogni legittimo – e squisitamente umano – orgoglio personale: non sono solo parole, ma qualcosa che sento; il risultato è sempre stato “nostro”, non era mio, indipendentemente da quanti gol potevo aver realizzato io personalmente.

Questa consapevolezza è arrivata con l’esperienza, grazie al confronto con i compagni più anziani, ed è un valore che voglio trasmettere ai miei ragazzi, quando faccio passare il messaggio che “non è il singolo che fa la squadra, ma la squadra che crea il singolo”.

E’ un principio imprescindibile; siamo la società che ha vinto di più in Italia, con 17 scudetti, la nostra arma vincente era e deve essere lo spirito di gruppo, lo stesso nato negli anni ‘70 e tramandato di generazione in generazione. Questo valore va alimentato nei nostri giovani, non deve andare perso.

Un principio sicuramente molto utile nei momenti di crisi.

Con questo spirito la società ha affrontato e superato diverse difficoltà sia a livello economico che di pronostici sfavorevoli poi smentiti. L’idea di squadra al di sopra dei singoli è stata la marcia in più quando gli sponsor ci hanno abbandonato; noi non ci siamo arresi mai, perché di fatto non eravamo mai soli, e non abbiamo mai smesso di crederci.

E’ quello che ci ha fatto stare all’apice di questo sport per trent’anni.

Marco Lo Duca, con la semplicità e la simpatia che lo contraddistinguono, ci saluta con queste riflessioni che confermano come, attraverso lo sport, l’individuo possa imparare ad affrontare con successo i piccoli e grandi intoppi della vita, a riconoscere il grande e unico valore della Persona che sta dietro a ogni atleta, a capire quanto sia bello vincere, ma che farlo insieme è davvero straordinario.

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24 gennaio, 2018|

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