Patagonia, Occidente estremo di -Donatella Baldassi-

1200 Km in bici in 12 giorni

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Alla fine della penultima tappa un lago, il lago Escondido.

Poi  undici persone in bici.

Potrei unirmi a loro per fare dodici persone.

Mettere i piedi a bagno nel lago ghiacciato è la mia idea, montare le tende e prepararsi un thé caldo è la loro.

Manca solo il dialogo, siamo infreddoliti e stanchi, ma va bene così.

Ascolto le raffiche di vento che giocano con i fuochi dei fornelli. Dopo sarà dura far da mangiare. Ma anche questo va bene così.

Basta un sorriso: io divento Donatella; loro Willy, Roberto, Massimo, Carlo, Federico, Ivan, Gianni, Michele, Mario, Doriano e Marco.

Penso ed il tempo si ferma.

Penso a come, sei mesi prima,  la telefonata di un amico può essere fatale;  era Federico che mi proponeva la Patagonia in bikepacking da El Calafate a Ushuaia; 1200 chilometri da fare in dodici giorni. Terra così lontana da tutto, affascinante, terra di ghiacciai eterni, di praterie di calafate, di polvere e poche persone. Terra di orizzonti senza limiti, montagne magnifiche e grandiose. Strade che vanno verso il nulla, strade di terra e sassi. Terra di miti come Darwin, Butch Cassidy e Sundance Kid, Saint Exupèry e Chatwin.  Lascia perdere, mi dicevo, ma poi quel viaggio mi ritornava in mente.  E allora ore su ore di sudato spinning e  week end passati a fare le salite più toste del Friuli Venezia Giulia dallo Zoncolan alle malghe del Montasio al Monte Santo. E poi via per la Patagonia.

Penso a quanta difficoltà ho fatto per scegliere l’abbigliamento e l’attrezzatura. Massima efficienza con il minimo peso. Bici 12,5 kg; abbigliamento  4,5 kg; attrezzatura 7 kg tra tenda, materassino, fornello, pentola, posate, piatto, tazza, sacco a pelo, brugole, fascette, smaglia catena, pezzo di catena, raggi, tira raggi, pinza, camere d’aria, copertone di riserva, integratori, latte condensato, minestre e risotti liofilizzati, prodotti per l’igiene, farmaci e medicazioni. Senza contare acqua e cibo extra preso sul posto. Poi comperare metri di carta bolle, smontare la bici e fare il miracolo di imballarla alla perfezione. Peso totale imballaggio 27 chilogrammi. Peso consentito dalla compagnia aerea 30 chilogrammi, perfetto.

Sorrido guardando il lago, ho ancora il gusto dei dolci mangiati alla Panaderìa La Union a Tolhuin. Sono dimagrita parecchio quindi in Panaderìa mi sono permessa  ben cinque fette di torta affogate nel dulce de leche, non mi bastavano mai. Il bello della bicicletta è anche questo, si consuma.

Sto imparando a riconoscere la qualità ed il colore del suolo. Quando si è in bicicletta è importante. Ho incontrato pezzi di sabbia ocra e polverosa tra le montagne di El Calafate, sassi grossi e terriccio tipico del mio Carso mentre ci si avvicinava al ghiacciaio del Grey, terra bruna con sassi piccoli nella Terra del Fuoco e la temuta argilla che dopo uno scroscio di pioggia ti impantana bici, cambio, ruote ed abiti.

Penso che undici giorni fa ho visto il Perito Moreno a El Calafate, impressionante meraviglia. 80 metri di parete di ghiaccio celeste.

Penso alla lunga e faticosa salita fatta con il peso delle borse sulla bici nel Parco delle Torri del Paine; il cuore che non si ferma più, le gambe che diventano cirmoli, il caldo che morde la schiena mentre il sudore l’abbraccia ed i polmoni che prendono fuoco. Poi una birra fresca e lo spettacolo della natura come ricompensa. Che gioia.

Penso ai  recinti che ho visto e che tagliano queste terre. Corrono lungo tutta la Patagonia, migliaia di migliaia di chilometri. Perche? Qui il terreno costa così poco e sembra recinti il nulla. Ma a loro va bene così è il loro territorio e la gente lo rispetta.

Penso al vento, vento inclemente che sbatte la bicicletta, che in un attimo è contrario a tutto, che rende ardua la crescita degli alberi. Tappa difficile quella per raggiungere il Ghiacciaio del Grey,  18 chilometri  in 4 ore. Difficoltoso rimanere in sella con folate di vento che ti facevano cadere e, sono caduta. A tratti vento talmente forte che bisognava spingere le biciclette a mano. Avevo voglia di sentire fisicamente quel vento freddo e secco su di me per  vedere se è veramente così duro; è duro.

Penso a tutte le soste fatte lungo il percorso circondati da una natura meravigliosa ed al gusto di quel panino mangiato dietro ad una barca arenata per proteggersi dalle raffiche di vento. Le soste sono sempre state momenti di gioia e di ricompensa per essere andati avanti. Si aprono le borse, si tirano fuori le provviste, ogni boccone un sapore indimenticabile.

Penso ai faggi bianchi della Terra del Fuoco, senza corteccia, spettrali abbracciati ai licheni come a volerseli riscaldare. Bello, ma proprio bello.

Penso alle tante ore fatte in sella che mi porteranno fino alla fine del mondo, domani a Ushuaia. L’ebbrezza della fatica, i panorami diversi, le strade bianche che ricordano un delicato ondeggiare di mare con onde dolci che risalgono e poi leggere depressioni, mai più di cinquanta o cento metri in su e in giù. Il paesaggio è pietra, vento senza pietà, nulla, foreste, arido, ondulato, impressionante, giallo, verde, azzurro, incommensurabile, infinito, grandioso. Erba grassa e bestiame asciutto. Tramonti infiniti che si tuffano nella solitudine dell’ Antartide.

Penso ancora a quanta strada e fatica faremo insieme e a quanta strada ho fatto io mentre ho ancora i piedi nell’acqua; l’alba in cima all’Ararat a metri 5137, il silenzio incontrato nella foresta sul Ruwenzori mentre la pioggia inzuppava i vestiti, il rumore del bambù spezzato dai gorilla, gli indimenticabili -42 gradi mentre con gli sci e la slitta attraversavo per 250 chilometri un pezzo di Lapponia, il piacere di arrivare al Capo di Buona Speranza in bici, la notte di San Lorenzo  a guardare le stelle in una yurta in Mongolia dopo mille faticosi chilometri sempre di bicicletta. Il sudore sul Col du Tourmalet e sul Col d’Aspin, carica come un asino, in bici, per il mio matrimonio. Sento ancora gli incredibili richiami dei delfini mentre nuotavo con loro in Honduras, la discesa in bicicletta dalla celebre duna 47 in Namibia, il fiato corto negli ultimi sette metri di pedalata prima di arrivare ai 4207 del Mauna Kea – Hawaii, l’energia dei miei primi campionati del mondo di pattinaggio artistico in Nuova Zelanda; allenamenti massacranti, sacrifici, sfide, vittorie, cadute e poi l’Inno d’Italia sul gradino più alto del podio ai campionati italiani ed europei, che felicità. Penso alle guerre perse tra i professori ed io, le accanite interrogazioni e compiti al liceo scientifico quando rientravo da Roma dove, organizzato dal Coni, si tenevano i raduni della squadra azzurra di pattinaggio. Indelebili sconfitte, altri tempi. Penso alla scelta di fare l’infermiera, seconda scelta perché volevo essere un architetto e che, a 53 anni, ho ancora voglia di dividermi tra il lavoro in ospedale e alcune ore di palestra, di passeggiate con i miei due cani, di dipingere. Di viaggiare.

Penso che un viaggio così meriti di essere dedicato a qualcuno. Oltre alla mia amatissima famiglia  dedicherò gli ultimi chilometri di fatica ad un amico che avrebbe dovuto esserci, in questo viaggio, ma che  la malattia ha costretto a casa. Ma, ne sono certa, vincerà lui.

Quale miglior attesa prima di andare avanti a pedalare dopo aver fatto 1160 chilometri. Domani affronteremo gli ultimi 40 chilometri con il Passo Garibaldi e poi Ushuaia, molto di più che una città sul mappamondo, il mio obiettivo, il mio occidente estremo.

Non hanno ancora montato le tende. Giusto una tazza di thé caldo, per loro. Tutto ciò che desideravo per me.

E’ stato magnifico.

Sono arrivata alla fine del mondo, Amici mi mancherete. Si torna a casa.

Si, è stato magnifico, si ne è valsa la pena.

 

 

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8 Febbraio, 2017|

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